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di Giampaolo Proni

Non è facile, neppure oggi, arrivare in Tibet. Anche scendendo da un aereo e salendo su un’auto con l’autista, i 3500 metri di altezza rendono difficile salire qualsiasi piccola scala. Le prime notti ci si sveglia con il respiro affannoso, come dopo una corsa. L’appetito si affievolisce, il corpo dimagrisce e si consuma.

Lo Tsangpo è largo come un lago, i cinesi hanno piantato migliaia di alberi  sul basso fondale per rallentare l’erosione, ma le strade franano continuamente. Ti dimentichi quanto sei in alto. Tranne pochi chilometri nelle città, vi sono solo piste sterrate. D’estate, la notte si dorme con grosse coperte imbottite. Si può immaginare l’inverno. Eppure, nelle case tibetane non c’è riscaldamento. Perché non c’è niente da bruciare. I pochi alberi che crescono nei templi e nelle oasi non sono da ardere. Ancora oggi, fuori delle città si cucina sui fuochi di sterco, come ai tempi di Orazio. E come ai suoi tempi si dilatano i grandi spazi tra una città e l’altra.

La campana è all’interno del Jokang, il più grande tempio di Lhasa. Non sappiamo precisamente dove, ma, a metà degli anni ’90, Silvio Aperio e Marco Vasta, a poca distanza di tempo, l’avevano vista e fotografata, su indicazioni di Elio Marini.

Probabilmente fra’ Orazio Olivieri l’aveva portata fino ai 3500 metri di Lhasa nel corso del suo secondo viaggio, nel 1741. Da allora è rimasta lì, sopravvissuta al tempo, alla conquista cinese del Tibet e alla repressione religiosa della Rivoluzione culturale.

L’idea è fondere una gemella di questa, in modo che la campana torni in qualche modo in Italia, a Pennabilli, da dove Orazio partì per la sua avventura trecento anni fa, e torni a suonare, per segnare l’armonia tra gli uomini senza distinzione di razza e di religione. Per fare una copia identica, abbiamo bisogno di avere un calco dell’originale.

Quando stavamo preparando il viaggio, Elio non aveva idea di come si potesse procedere. Dopo avere considerato le varie possibilità, decise di scartare l’idea di realizzare un calco in gesso. Richiede troppo tempo e soprattutto è troppo pesante e fragile. La consultazione di diversi artigiani gli dette l’idea giusta. Le gomme siliconiche sono prodotti liquidi o in pasta che vulcanizzano a freddo mediante un catalizzatore e risultano composti stabili dotati di elevata elasticità. Significa che una volta applicata e indurita la resina, noi potremo aprire la forma esterna della campana, arrotolarla e portarla in aereo come un normale bagaglio. Per la verità gli artigiani consultati avevano anche  suggerito di ricoprire il calco con uno strato di cartapesta, per dare rigidità alla forma. A questo rinunceremo appena arrivati a Lhasa: richiederebbe troppo tempo e troppe complicazioni.

Una azienda specializzata di Calcinelli (PU) ci procura. la quantità necessaria di resina: 5 Kg. Per ridurre il peso e i rischi di sequestro del materiale, in qualcuna delle frontiere che dovremo attraversare, dividiamo la pasta in due pani da 2,5 chili, affidandone uno a Claudio Cardelli, che ci raggiungerà a Kathmandu.

La partenza da Kathmandu per Lhasa è prevista per sabato 31 luglio, in aereo. Elio Marini, suo figlio Federico, 18 anni compiuti in viaggio, ed io siamo arrivati una settimana prima dall’India, dove abbiamo visitato Chandernagore, a 30 km da Calcutta, il porto di sbarco di tutti i missionari cappuccini che nel 1700 erano diretti in Tibet..

Claudio Cardelli è atteso il pomeriggio del 30, venerdì. Elio è da poco partito per andare in aeroporto a prelevarlo quando ci raggiunge in albergo la notizia che l’aereo sul quale viaggiava è stato bloccato a Francoforte per 12 ore e “smontato”, per un allarme terrorismo. In qualche modo, anche Bin Laden ha influenzato la ricerca della Campana di Orazio! Infiniti sono gli intrecci di cause ed effetti nel mondo.

Oltre al supporto di Claudio e la sua lunga esperienza di documentarista e viaggiatore nei paesi himalayani, ci manca metà della resina. Claudio riuscirà ad arrivare a Kathmandu solo sabato, ma dopo che il nostro volo per Lhasa sarà decollato. Deve cercare di trovare posto sul volo successivo, che parte martedì 3 agosto.

Non ce la farà, ma riuscirà a mettere insieme un piccolo gruppo e partire in auto da Kathmandù, il che significa due giorni per il visto ed almeno tre giorni di pista per arrivare a Lhasa. Purtroppo abbiamo tutti i tempi molto stretti, la nostra “spedizione” ha perso la sincronia: rivedremo Claudio in Nepal per poche ore sulla strada del ritorno.

Abbiamo discusso più volte della strategia e della tattica per raggiungere il nostro obiettivo. Attualmente in Tibet al di sopra di tutto ci sono i cinesi, che impongono il loro ordine. Durante l’occupazione e poi al tempo della rivoluzione culturale, hanno distrutto i templi e poi espulso quasi tutti i monaci, constringendoli a guadagnarsi da vivere come comuni mortali. Ora li stanno ricostruendo. Tutti i monasteri che abbiamo visto sono in manutenzione o in ricostruzione. E sono pieni di monaci, per quanto il loro numero non sia così grande come nel passato quando il Tibet era una teocrazia a tutti gli effetti.

All’apparenza, quindi, nei templi tutto è deciso dai monaci. Nessuno, di fatto, lo crede. Sicuramente vi sono monaci che sono più fedeli al partito che al Buddha, o vi sono funzionari che li controllano, probabilmente entrambe le cose. Pensare di addentrarci nelle vie burocratiche di una struttura sovrapposta e intrecciata di religiosi e comunisti significa certamente perdere mesi.

Perciò decidiamo di seguire le vie di fatto.

Andare, vedere, fare. Le strategie efficaci devono essere semplici. Quanto alla tattica, ci si deve necessariamente muovere secondo le norme orientali: deferenza, gentilezza, pazienza e cortesia.

aperioIl mattino del 3 agosto ci rechiamo al Jokang. Il tempio al piano terra è come sempre affollato di pellegrini mescolati a turisti cinesi e di altri paesi, in un caos soffocante. La religiosità dei tibetani è la cosa più forte e commovente dell’odierno Tibet. E’ vero che sono soprattutto gli anziani e i pastori nomadi dai volti di cuoio a praticare la devozione, ma la religiosità è ancora diffusissima. Si comprende che è veramente la radice culturale profonda di questa società. Che si abbia fede o no in un qualche Dio, non si può non restare emotivamente colpiti da chi vi crede con semplicità e purezza. Ed è ancora possibile, osservando i tibetani nei loro comportamenti religiosi, gli enormi templi arrampicati sulle montagne o distesi nelle valli, immaginare che cosa doveva essere una teocrazia di tipo medievale, nella quale nobili e monaci venivano nutriti dai pastori e dai contadini in una società immutabile e regolata in ogni suo aspetto. Il Tibet del passato può essere considerato un medioevo parallelo a quello europeo, nel quale, invece del papato, è prevalso il monachesimo, e i grandi monasteri avevano il ruolo di istituzioni sia religiose sia civili. Forse anche l’ambiente naturale, con valli separate da montagne inaccessibili e corsi d’acqua impetuosi, ha reso difficile la formazione di istituzioni centrali. Il Tibet è grande quando l’Europa continentale, e la sua parte più bassa è intorno ai 3.500 metri sul livello del mare.

Oggi le strade di Lhasa sono state ridisegnate secondo il modernismo cinese. Davanti al Potala si erge un edificio di architettura realistico-socialista, quasi a sfidare il secolare palazzo che è una montagna. In una rotonda all’ingresso della città si può ammirare un enorme momumento allo Yak, tutto dorato. Il viale che congiunge il Potala al Jokang, la main street di Lhasa, è arredato secondo lo stile cinese, con palme e sassi di plastica che emettono musica cinese dai loro altoparlanti, luci blu e rosse, negozi di abbigliamento e di elettrodomestici. C’è anche una discoteca davanti alla quale giovani tibetani vestiti come John Travolta si pavoneggiano di fronte agli occhi sgranati dei pastori discesi dagli altipiani. Nei ristoranti e nelle bettole immensi televisori a colori trasmettono a volume assordante novelas e film cinesi dai nove canali, tutti rigorosamente statali. Negli internet point, giovani e meno giovani giocano ai videogames in rete fumando ininterrottamente sigarette cinesi. I collegamenti internet sono lentissimi. Come è noto, la Cina controlla e censura l’accesso al web. Per contrasto, mi vengono in mente gli internet café indiani, dove l’occupazione principale dei ragazzi e delle ragazze é scrivere mail in inglese ai loro coetanei americani o europei, sognando di poter andare a studiare o lavorare all’estero o di fare business con un occidentale.

Sappiamo che la campana non è esposta ma viene conservata in un magazzino da qualche parte nel grande edificio. Saliamo al primo piano, alla ricerca di qualcuno che possa darci indicazioni. Elio chiede a un vecchio capomastro che sta lavorando al restauro del tempio, mostrandogli una foto del 1994 che ritrae due monaci che reggono la campana appesa ad una stanga di legno. Questi riconosce subito un dei due monaci e gli indica dove trovarlo. E’ Lha Pa, il personaggio chiave della vicenda. E’ un po’ invecchiato ma è lui.

Ignoriamo le gerarchie dei monaci, ma Lha Pa appare di rango almeno intermedio. Ha il cellulare, diverse chiavi e un ufficio/stanza in un cortile del primo piano del Jokang, proprio vicino al magazzino dove troveremo la campana. E’ contento di ricevere la foto in grande formato. Riconosce la campana. Sì, ce la farà vedere. Il suo viso tradisce la prudenza di chi può decidere ma deve rendere conto a qualcun altro delle sue decisioni.alla ricerca campana2

Arriviamo alla porta, di legno. Attraverso la grata di una finestra vediamo la campana. E’ impolverata e appoggiata a terra in un ripostiglio assieme a ciarpame di vario tipo.

“E’ lei” – Elio la riconosce al volo. Siamo emozionati.

Prendiamo delle immagini attraverso la grata mentre si cerca il monaco con la chiave. Siamo ansiosi.

Arriva un altro monaco, più magro e sorridente. Ha un mazzo di chiavi anche lui. Si rivolge a Lha Pa in tibetano. Costui si rivolge a noi in inglese. Ci sono due porte, per arrivare alla campana, e il monaco ha le chiavi solo di una. L’altra chiave ce l’ha un altro monaco, che non è a Lhasa. E’ in viaggio, e tornerà domani.

Elio ha un momento di mancamento. Siamo a un passo. La parola ‘domani’, da queste parti, ha mille significati.

Proviamo a insistere. “Siamo venuti da molto lontano, per vederla.” – spieghiamo. Ma la chiave non c’è. Dobbiamo rimandare. Beh, Orazio ci metteva due anni e mezzo, dall’Italia a Lhasa, un giorno in più non potrà che esercitare la nostra pazienza.

Il 4 agosto, verso le dieci, entriamo di nuovo nel tempio del Jokhang, attorno al quale i pellegrini circolano giorno e notte senza sosta e si prosternano, appoggiando la fronte a terra e stendendo le gambe e le braccia in tutta la loro estensione, misurando così col proprio corpo l’intera circonferenza del Barkor, il complesso di tutti gli edifici del Jokhang.

Nella grande piazza, il forno da incenso leva una colonna di denso fumo aromatico nel mattino grigio.

Davanti alla porta del magazzino al primo piano si raduna un piccolo gruppo di persone. In quell’area non ci sono molti turisti e pellegrini. Sul lato opposto del ballatoio una trentina di operaie e operai pestano con i piedi e con dei bastoni il pavimento in costruzione in terra battuta cantando una canzone in coro, secondo il metodo tibetano di ritmare il lavoro collettivo.dett camp

Facciamo delle foto mentre seguiamo con apprensione l’apertura delle porte. Si apre la prima. Si apre la seconda. Elio è dentro. Si china. E’ lei. E’ la campana che Orazio circa 300 anni fa ha portato dall’Italia. Due anni di viaggio e 18.000 miglia.

La alziamo da terra e la portiamo fuori. Pesa circa 45 chili.

 

Non abbiamo molto tempo. La gomma del calco necessita di otto ore per indurire alla perfezione. Intendiamo applicare il materiale e ripassare domani per staccarlo.

La campana presenta una frattura laterale a L rovesciata, come riferito anche dai testimoni che l’hanno vista prima di noi. Ha un batacchio che ci pare non originale, sia per le dimensioni (è un po’ troppo lungo) sia per la fattura.

Proviamo il suono, ed è sorprendentemente buono, date le condizioni del bronzo.

Deponiamo la campana su un piedestallo improvvisato di mattoni di cemento, coperto da una kata, la sciarpa di seta bianca che per i tibetani simboleggia la verità del pensiero e della parola e viene posta sul collo come rituale di benvenuto e di commiato.

Elio la pulisce con cura togliendo la polvere, poi con un metro a fettuccia prende le misure, Federico riprende con la videocamera e io annoto. La campana misura 44 cm di altezza e 44 cm di diametro alla bocca. Sono queste le proporzioni corrette di una campana in bronzo per ottenere un sol.

Finite le misudett campanarazioni, facciamo fotografie a media e alta definizione. Non sappiamo come riuscirà il calco e vogliamo avere una documentazione visiva sufficiente a riprodurre la campana anche senza di esso.

Finite le foto è il momento di iniziare il calco.

La parte di pasta che aveva Claudio Cardelli è arrivata la sera prima in aereo da Kathmandu. Claudio è andato in aeroporto per vedere se riusciva a salire sul volo per Lhasa, consapevole che era già tutto prenotato. Non c’è riuscito, allora ha affidato il pacco a una guida nepalese che stava accompagnando un gruppo in Tibet. L’abbiamo recuperato la sera del 3 agosto. La guida è un bel giovane nepalese di nome Puskar che riusciamo con qualche difficoltà a trovare a tavola all’Hotel Banaksol circondato di turiste che pendono dalle sue labbra.

La pasta va staccata dalla massa in porzioni delle dimensioni di un’arancia. L’amalgama con il catalizzatore può essere eseguito solo con le mani fino ad ottenere una massa di colore omogeneo. Ne risulta una specie di creta giallognola e puzzolente che bisogna impastare. Sonam, la nostra guida tibetana (in Tibet è obbligatorio avere una guida che ti segua sempre, ordine del governo cinese), se la cava molto bene con l’impasto. Io decisamente meno. Elio applica rapidamente la pasta sulla campana, sulla quale è stata spalmata una cera speciale per evitare che si appiccichi.

Non appena iniziamo il lavoro, però, il monaco Lha Pa e gli altri attorno a lui si fanno sospettosi e iniziano a innervosirsi. Noi avevamo spiegato che avremmo fatto un calco, ma probabilmente non avevano ben capito.

Le foto in qualche modo sanno cosa sono e non gli sembra che portino via nulla, ma appiccicare questa roba sulla campana, prenderne la forma, evidentemente gli pare un’appropriazione, come se prelevassimo l’oggetto stesso. Si allarmano, cominciano a protestare. Ma per fermare Elio in quel momento avrebbero dovuto abbatterlo, a dirla tutta.

“It’a symbol of peace between religions” – cerco di spiegare (“E’ un simbolo di pace tra le religioni”) – “Some religions are more crazy than others” – replica secco Lha Pa (“Alcune religioni sono più pazze di altre.”).

Ecco come ci vedono. Pazzi. Forse sono impauriti dalla passione che vedono nei nostri gesti. Per un buddista qualsiasi forma di desiderio è negativa, è folle, è sbagliata. Essere coinvolti nella nostra avidità di acquisire la forma di quell’oggetto li preoccupa. E forse li preoccupa l’idea che venga fatta una campana uguale.

alla ricerca campana

Alle 11:15 la preparazione del calco è terminata. La campana di Orazio è completamente ricoperta di una pasta bianca simile a quella dei dolci.

Attorno a noi si è generato un certo interesse. Monaci e passanti ci osservano. Lha Pa è molto nervoso.

Ritiene che abbiamo abusato della sua fiducia.

Quando gli diciamo che saremmo tornati la mattina dopo per staccare il calco, si irrigidisce.

“If I close now, no open again.” – dichiara irremovibile. “Se chiudo adesso, non apro più.”

Elio impallidisce.

Supplichiamo. Preghiamo. Imploriamo. Spieghiamo. Proponiamo un’offerta in denaro per il tempio. Non c’è nulla da fare.

A un certo punto, dopo aver ripetuto per l’ennesima volta “No open again”, Lha Pa e il suo seguito spariscono. Forse è ora di pranzo.

Restiamo soli.

Intanto, la seconda porta, quella interna, è stata chiusa.

Solleviamo la campana e la portiamo dentro l’edificio, tra la prima e la seconda porta del magazzino, in un minuscolo ingresso di due metri quadrati.

Non ci resta che una possibilità: restare aggrappati con la forza alla campana finché ce lo lasciano fare. La gomma necessita di otto ore per tirare al meglio, ma un minimo di quattro ore potrebbe essere sufficiente.

Socchiudiamo la porta e tutti e tre sediamo per terra, osservando la campana.

Parliamo nella semioscurità. Federico gira diversi minuti di video con le meditazioni fra il fuori di testa e l’esaltato di suo padre. Siamo nel cuore dell’azione e, come nei tornado, è fatto di perfetta immobilità. In qualsiasi momento può arrivare un monaco o peggio un poliziotto cinese e cacciarci. Ogni minuto che passa, però, il nostro calco si solidifica un po’ di più.

Passano due ore.

Verso le 13:30 la porta si scosta timidamente. Cerchiamo di richiuderla, ma si apre di nuovo.

Si affacciano delle facce sorridenti dagli occhi orientali.

Ma non sono tibetani.

Sono un ventina di turisti coreani cristiani, con una guida che parla inglese, che sapevano della campana. Come lo sapessero e perché sono capitati proprio quel giorno, lo ignoriamo ancora.

Loro ci spiegano questo e noi gli spieghiamo quello che stiamo facendo.

Fotografano la campana così impiastricciata, ci fanno ripetere ad alta voce le parole incise attorno alla sommità: “Te Deum Laudamus Te Dominum” per sentire il suono del latino. Poi se ne vanno.

Federico ci rifornisce ogni tanto di Coca Cola e sigarette. Passa un’altra ora. Ogni tanto un tibetano sorridente fa capolino dalla porta e poi se ne va.

Comprendiamo che si è stipulato una specie di contratto.

Loro ci lasceranno lì dentro facendo finta di niente. Noi ce ne andremo facendo finta di niente. Diplomazia silenziosa. Diplomazia orientale.

Alle 14:30 la gomma appare abbastanza solidificata. Tagliamo la camicia del calco, spessa un dito-un dito e mezzo, con il mio Pattada. Arrotoliamo il calco in un k-way e lo infiliamo in uno zainetto.

Decidiamo che toccherà a me andare per primo. Elio e Federico seguiranno dopo.

L’ultimo timore è che qualcuno mi fermi all’uscita.

Ma va tutto bene.

Alle 14:40 del 4 agosto 2004 esco dal Jokang salutando i monaci della biglietteria. Nello zainetto ho il calco della Campana di Orazio.

Te Deum Laudamus Te Dominum.

iofedegiampa Giampaolo Proni, Elio Marini, Federico Marini

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