Alla fine del diciassettesimo secolo la chiesa di Roma ha ormai riassorbito l’urto della riforma protestante.  Nel 1622 era stata costituita la Sacra Congregazione di Propaganda Fide con lo scopo di sovrintendere e governare le attività apostoliche e missionarie.
I cattolici avevano ormai missioni in tutto il mondo conosciuto e Propaganda Fide rappresentava il centro informativo per tutte le attività missionarie. A Roma giungevano resoconti, lettere, richieste, da Roma partivano missionari, finanziamenti, consigli, direttive.
Il Tibet aveva conosciuto un periodo di notorietà grazie ad Antonio De Andrade, un gesuita portoghese che si era avventurato da Agra al regno di Guge nel Tibet occidentale nel 1624. La sua relazione di viaggio pubblicata a Lisbona nel 1626 ebbe una risonanza straordinaria in Europa.

Il 12 giugno 1707 i primi due missionari Cappuccini giunsero a Lhasa la capitale del Tibet, un luogo veramente estremo. Ma come mai i frati cappuccini marchigiani erano missionari in Tibet? Perché lo aveva deciso nel 1703 la Congregazione di Propaganda Fidae nel suo disegno di evangelizzazione del mondo. Le conoscenze geografiche erano ancora approssimative per cui fu stabilito che la nuova missione si estendeva “..dalla foce del Gange verso il regno del Tibet..” un territorio enorme che comprendeva le attuali regioni indiane del Bengala e del Bihar, il Nepal ed il Tibet meridionale

La prima spedizione di sei missionari partì da Roma nel 1704 ma fu un disastro. Un anno dopo la partenza erano ancora in Persia e dopo 3 anni solamente due missionari giungevano a Lhasa in Tibet per rimanervi poco tempo.

I missionari della seconda spedizione, preferirono allora imbarcarsi a Lorient in Bretagna su navi della Compagnia francese delle Indie Orientali (dove a quei tempi i missionari viaggiavano gratuitamente) . Ma la loro nave eseguì un lungo giro attorno a Capo Horn, impiegando vari mesi in operazioni commerciali nei vari porti del Cile e del Perù e giungendo nel golfo del Bengala due anni dopo.

Con la terza spedizione si individuò la rotta più sicura ed efficiente che comunque richiedeva per il viaggio da Roma a Lhasa circa un anno

itinerari per giungere in Tibet

La prima stazione la porta della missione era Chandernagore nel delta del Gange. (Calcutta era ancora un piccolo villaggio)
La città apparteneva ai francesi e aveva un porto utilizzato per i commerci delle principali compagnie europee.
Qui i Cappuccini con il ricavato di un lascito testamentario di 500 messe acquistarono un vecchio edificio che divenne una chiesa aperta al culto nel 1720.
portale  ChandernagoreOggi la chiesa appartiene alle suore di San Giuseppe di Cluny. Il portale con un enorme chiavistello è ancora quello originale. Quando ho scattato queste fotografie era stata appena data una mano di vernice rossa.

La seconda base della missione era Patna sul fiume Gange dove operavano soprattutto mercanti olandesi che commerciavano in oppio, tessuti e tappeti.
Da Patna partivano le carovane per il Nepal e il Tibet, quindi l’apertura di una residenza era una necessità per i Missionari.
Dove adesso sorge questa cattedrale i frati nel 1713 avevano costruito una chiesetta; viene riportato che nel 1734 vivevano a Patna circa 700 cattolici

Dall’India al Nepal il viaggio era molto difficoltoso per le paludi del Terai da attraversare, per le bestie feroci e per i gabellieri che estorcevano denaro ai missionari ogni volta che entravano in qualche luogo abitato
– Curioso il racconto di Domenico da Fano, che con molto coraggio e spregiudicatezza compì il viaggio fino a Kathmandù travestito da shadu (asceta hindù), nudo con solo un panno ai fianchi e il corpo cosparso di cenere. Nessuno lo riconobbe come europeo e così evitò di pagare gabelle.itinerari  da calcutta a Lhasa
La terza base della missione era nella Valle di Kathmandù dove in pochi kilometri si trovavano tre piccoli regni spesso in lite tra loro: Kathmandù , Patan e Bhatgaon.
In ciascuno dei tre regni i missionari tenevano aperta, anche se saltuariamente e con le difficoltà contingenti, una residenza perché avevano ricevuto in dono la casa e garantita la libertà di culto e di proselitismo.
Il Nepal era la porta naturale per lo scambio di mercanzia e comunicazioni da Sud verso il Tibet.
Ma per arrivare sull’altipiano tibetano era necessario attraversare la grande catena himalayana. La strada si snodava attraverso piste, gole e sentieri non sempre transitabili a dorso di mulo o meglio di yak.
Le cronache dei frati sono vivaci e precise.
Sentite l’emozione per l’attraversamento di un ponte sospeso: Il ponte era composto di due grosse catene a’ lati. Ciascuna delle catene tutta di ferro constava di 156 anelli … io nel passar su questo, vedendolo moversi a foggia di culla de’ bambini, mi colmai di tanto terrore, che mi parea esser fuori di me stesso. Pure grazie a Dio tutti un dopo l’altro salvi ci trovammo all’altra sponda, ma sì pallidi che sembravamo tanti morti usciti da’ sepolcri

himalaya

A misura che ci approssimavamo alla sommità del monte, aumentavasi in tutti il dolore del capo e dello stomaco con difficoltà di respiro …

Dopo 50 giorni si arrivava a Lhasa che era allora una ricca città commerciale, crocevia con l’India, la Cina e la Siberia. Vi risiedevano mercanti che provenivano da tuta l’Asia.
Fra Orazio da Pennabilli giunse a Lhasa nel 1716 trovandosi nel bel mezzo di grandi rivolgimenti politici e al primo tentativo cinese di incorporare il Tibet
Il metodo usato dai missionari per entrare in contatto con la gente e parlare loro di religione era l’esercizio gratuito della medicina per tutti gli strati della popolazione.
E grazie ai meriti derivati da queste attività ed ai buoni rapporti con tutti, che ai Cappuccini fu concesso di acquistare un terreno per edificarvi un convento e una chiesetta, nonostante la legge proibisse agli stranieri il possesso di terra a Lhasa
Ma dopo 16 anni di permanenza ininterrotta in Tibet, un solo compagno, pochissimi mezzi economici e pochi risultati in termini di conversioni fra Orazio decise di fare ritorno a Roma per chiedere ai cardinali di propaganda Fide se erano veramente intenzionati a proseguire la missione tibetana.
A Roma, tra i suoi migliori sostenitori trovò il card. Luis Antonio Belluga che lo aiutò a reperire i fondi per finanziare una missione in grande stile.
Belluga sostenne anche le spese la realizzazione di una stamperia tibetana completa a caratteri mobili che vennero incisi a Roma in due set (uno per la missione in Tibet ed uno per la tipografia poliglotta di Propaganda Fide) con questi caratteri si stamperà poi l’Alphabetum Tibetanum

Fra Orazio ripartì da Roma con 10 missionari e un frate laico, Paolo da Firenze, stampatore. Il bagaglio comprendeva la stamperia e i doni da parte del papa Clemente XII per le autorità tibetane.

Una volta a Lhasa il Dalai Lama e il Reggente rilasciarono documenti ufficiali che consentivano libertà di culto a chiunque decideva liberamente di seguire la religione dei “lama bianchi”

Si formò subito una comunità di una ventina di convertiti,
Ma quando alcuni convertiti tibetani vennero processati e frustati perché abbracciando la nuova fede non si sentivano obbligati alle corveè dovute al Dalai Lama, fra Orazio, che aveva stretti rapporti di stima e amicizia con il Dalai Lama stesso, capì che la missione non aveva futuro.
Prima trasferì alcuni missionari in Nepal e India e poi nel 1745 la missione di Lhasa venne abbandonata. Fra’ Orazio, con 33 anni di missione sulle spalle, morirà qualche mese dopo a Patan in Nepal.

Ciò che sappiamo dello smantellamento del convento di Lhasa è che la tipografia a caratteri mobili andò dispersa (secondo quanto ci riferisce padre Giorgi nell’Alphabetum Tibetanum, le casse di caratteri erano conservate in un sottoscala e i tibetani superstiziosi credevano che salendo le scale avrebbero messo sotto i piedi, calpestato e quindi profanato i magici caratteri della scrittura tibetana.
La campana del convento fu appesa nel monastero del Jokhang almeno fino al 1956 quando venne fotografata da due viaggiatori, per poi finire danneggiata come tanti altri oggetti sacri dei monasteri tibetani durante la rivoluzione culturale cinese e alla fine accantonata in uno dei magazzini del tempio, dove è stata rinvenuta
Nell’estate 2004 ho potuto realizzare all’interno del Jokhang a Lhasa, un calco in gomma siliconica della campana.

Poi in Italia, dal calco e per fusione una copia in bronzo da sistemare a Pennabilli, la città natale di fra’ Orazio.
Sul monumento, accanto alla campana come segno di incontro tra le religioni, sono stati posti 3 manikorlo o mulini di preghiera tibetani.

Il XIV Dalai Lama nel corso della sua visita a Pennabilli, ha inaugurato il monumento