Dal Montefeltro al Tibet inseguendo il rintocco di una campana

 SULLE ORME DI ORAZIO, IL LAMA BIANCO

Elio Marini  – Pietro Angelini 

pubblicato su AIRONE, maggio 1994

Nel 1712 il rampollo di una nobile famiglia marchigiana, indossato il saio di frate Cappuccino, partì missionario per quella misteriosa terra d’Oriente, dove fu accolto con la tolleranza che anima il buddismo.
Vi rimase quasi trent’anni compilò il primo dizionario italiano-tibetano.
Dopo due secoli e mezzo due suoi concittadini sono andati a cercarne le tracce, avendo come meta un remoto convento

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 Padre Francesco Orazio Olivieri nasce a Pennabilli, località del Montefeltro, nel novembre 1680 da nobile famiglia. A venti anni abbraccia la regola francescana ed entra nel convento dei Cappuccini di Pietrarubbia. Nel 1712 parte missionario per il Tibet e vi resta fino al 1732, anno in cui si mette in viaggio per Roma, dove viene ricevuto dal Papa. Dopo aver  raccolto aiuti per la missione tibetana riparte con altri 24 religiosi per Lhasa, dove arriva nel gennaio del 1741. Uomo animato da fede inesauribile nei disegni divini e altrettanto inesauribile energia, studiò profondamente lingua e civiltà tibetane. Fu nominato prefetto della missione nel 1720.  Compose il primo dizionario italiano-tibetano.  Mori a Patan, Nepal, nel luglio del 174.

 

Ero a Dharamsala, nello  Stato indiano dell’Himachal Pradesh, ai piedi dell’Himalaya dove dal 1959 vive in esilio il Quattordicesimo Dalai Lama. Passavo i miei pomeriggi nella Library of Tibetan Works and Archives, una, biblioteca che assieme ai manoscritti e ai testi antichi  della religione tibetana raccoglie opere in lingue occidentali sul Paese delle nevi. Fu lì, immerso in letture affascinanti che parlano di misteriosi laboratori dove si educa l’anima e di viaggi avventurosi nelle contrade più fredde e remote dell’Asia, che incontrai Jim Woolsey, allampanato americano di New Hope, Pennsylvania, chiamato dai monaci per informatizzare la biblioteca.

Fu proprio da Jim che, per la prima volta, sentii parlare di frate Orazio della Penna: “Pentabilli? Pennabilli?

Ho catalogato qualcosa su padre Orazio da Pennabilli, un frate cappuccino missionario in Tibet per tanti anni, nel diciottesimo secolo. Ha compilato un dizionario italiano-tibetano”. Poi Jim cominciò ad armeggiare con il computer portatile e dal data-base estrasse una serie di riferimenti bibliografici dall’incrocio di parole chiave come “cappuccini”, “Orazio”, “Pennabilli”. Ero sbalordito. In quella biblioteca, a migliaia di chilometri dall’Italia, uno schermo a cristalli liquidi stava raccontando le vicende di un mio concittadino che aveva lasciato il roccione della Penna nel Montefeltro per andare fino in Tibet a portare la croce di Cristo. “E così le vette del Montefeltro lo affidarono alle montagne del Tibet”, diceva una delle citazioni, tratta da una biografia.

 

Fuori dalla biblioteca l’aria si era fatta scura. Grossi nuvoloni stazionavano come immensi bauli di pioggia appoggiati alla montagna, ma la minaccia di un imminente rovescio non sembrava preoccupare i pellegrini. Per i tibetani le biblioteche sono luoghi sacri, perché custodiscono i libri del Dharma, la legge. È perciò normale vedere pellegrini camminare lentamente in senso orario attorno all’austero palazzo, recitando i mantra, seguiti da qualche cane spelacchiato. Tutti i meriti guadagnati con queste pie azioni saranno determinanti nel computo del karma quando, al momento della morte, ci si dispone a un’altra incarnazione.

Nei giorni seguenti mi immersi in molte letture. Tanti studiosi hanno riassunto l’opera dei cappuccini marchigiani (un gruppo monastico creato da fra’ Matteo da Bascio, pure del Montefeltro) in Tibet: in un periodo in cui nessun altro europeo si trovava a Lhasa, i missionari erano gli unici ad avere notizie di prima mano sul regno del Tibet. Erano attenti osservatori di uomini e cose, che descrivevano in frequenti lettere e relazioni conservate ancora oggi negli archivi di Propaganda Fide (Sacra congregazione per la propagazione della fede) a Roma. Su queste pagine ingiallite avevano lavorato gli autori dei libri che avevo tra le mani a Dharamsala. Ogni libro rimanda-va ad altri libri, ma ogni volta i cammini incrociati con-vergevano sul Nuovo Ramusio, i sette volumi della raccol-ta di viaggi, testi e documenti relativi ai rapporti fra l’Europa e l’Oriente curata dall’Istituto italiano per il Medio e l’Estremo Oriente (Ismeo) e pubblicata tra il 1952 e il 1956 da Luciano Petech con la direzione scientifica del grande orientalista, anche lui marchigiano, Giuseppe Tucci (da quest’opera sono state prese tutte le citazioni delle lettere e relazioni di frate Orazio citate nel seguito). Un altro li-bro che suscitò immediatamente la mia curiosità fu Beli of Lhasa, “La campana di Lhasa”, pubblicato nel 1976 da un altro cappuccino, padre Fulgenzio Vannini, ed edito da Devar Sons, New Delhi. Raccontava la storia della campana che aveva scandito i tempi di preghiera della piccola missione cattolica, sopravvissuta alla distruzione della chiesa e dell’ospizio dei cappuccini e ritrovata, secondo l’autore, da alcuni viaggiatori occidentali presso il tempio di Jokhang. Ma padre Fulgenzio non era in grado di indicare l’esatta ubicazione dell’ospizio e chiudeva il suo libro con un’altra traccia inquietante: anche una stamperia a caratteri mobili tibetani, trasportata avventurosamente da Roma a Lhasa, era stata abbandonata dai padri alla chiusura della missione, nell’aprile del 1745.

Infine, un’ultima notizia, questa volta di natura politica. Dopo anni di totale chiusura, seguita all’invasione del Tibet nel 1950 e alla successiva violazione del Trattato di autonomia che portò all’esilio del Dalai Lama nel 1959, dal 1986 i cinesi avevano ripreso a concedere visti per il Tibet senza imporre le rigidissime regole di comportamento e movimento valide fino ad allora. Ce n’era abbastanza per decidere di preparare un viaggio per Lhasa, sulle tracce di frate Orazio, l’esploratore delle parole sante definito dai tibetani il Lama-testa-bianca.

L’inverno successivo partimmo: il mese di gennaio lo dedicammo interamente a questa ricerca.

 

 

Kathmandu, Nepal. A Kathmandu si era aggregato alla ricerca Piero Angelini, un italiano studioso di logica buddhista che trascorre lunghi periodi in Nepal; insieme attendevamo il visto delle autorità cinesi. Ma Bhadgaon, a pochi chilometri dalla capitale del Nepal, poteva già essere la prima tappa del nostro itinerario. Qui i cappuccini nel 1739 avevano ricevuto una casa in dono dal re Ranajita Malla, con un unico inconveniente: dovevano coabitare con un toro sacro, al quale le autorità nepalesi riservarono una stanza

 

“Quest’ospizio, in cui presentemente dimoriamo, l’è stato donato gratis dal predetto Rè con instromento irrevocabile, con patto, però, che sempre li debbano dimorare due missionari ameno. L’è un palazzo fatto a modo di un torrione e l’è ben alto, avendo sei solari, l’è però molto stretto. La cappella per celebra re la Messa è stata fatta nell’ultimo solaro come luogo più decente. Nel giorno di san Mattia apostolo fu alzata sopra la chiesa un’alta croce di ferro con licenza del Rè, ma con molta ammirazione di queste genti. Questa è stata la prima volta che si è veduta inalberata pubblicamente la Santa Croce in Bhadgaon”.

 

Secondo le nostre tracce letterarie, la casa avrebbe dovuto trovarsi in una piccola piazza davanti “alla porta della città che guarda a levante”, dove ogni anno si celebra la festa di Bhairava, il protettore del luogo. Ma invano cercavamo un toro affacciato a una finestra. Persi in mezzo a una folla brulicante, in un dedalo di viuzze gremite di carri e animali su cui si affacciano centinaia di negozi, ci guardavamo attorno attentamente, ma nulla ci ricordava la casa dei cappuccini.

Quando frate Orazio arrivò a Kathmandu per poi proseguire per Lhasa, all’inizio del 1715, la valle era divisa in tre regni, spesso in lite tra loro. Per giunta, durante il soggiorno dei cappuccini scoppiò un’epidemia e i Bramini (la casta sacerdotale indù), che non li vedevano di buon occhio, diedero la colpa del morbo al colore del saio indossato dai monaci stranieri, che sarebbe stato inviso alle divinità. Da quel giorno i cappuccini adottarono per la loro veste il colore del cielo, che in questi luoghi è sempre intensamente turchino.

Finalmente il visto cinese fu pronto e venne anche per noi il momento della partenza. Avremmo percorso più o meno lo stesso itinerario dei missionari, che si snoda a cavallo dell’Himalaya, fra altipiani e passi impervi, fino alla valle dello Tsangpo, il fiume di Lhasa. Anche la stagione, almeno alla partenza, sarebbe stata la stessa del secondo viaggio di Grazio, quando nel 1741 ritornò a Lhasa con uomini e mezzi, compresa la stamperia indispensabile per tradurre nella lingua locale il catechismo, deciso più che mai a convenire i tibetani.

Nyalam (Kuti), Tibet al confine con il Nepal. Il viaggio verso Lhasa è cominciato, e pian piano la dolcezza dei paesaggi e delle genti del Nepal sfuma per lasciare il posto a un’asprezza altera che fra cielo e terra sembra dominare uomini e paesaggio. La corriera con il suo carico umano affronta i primi insidiosi tornanti e i primi strapiombi, accosta i burroni, incrocia camionette militari piene di-soldati intabarrati nei loro cappotti che ci osservano senza espressione attraverso i vetri sporchi dei finestrini. Ecco gli abissi che i frati cappuccini percorsero a piedi e di cui ebbero orrore, ma che non impedirono loro di continuare. La sera dormiamo in una stamberga che tiene casse di Coca-Cola accatastate sul retro, le ultime prima di entrare nel Tibet ancora impermeabile al consumismo occidentale. Poco oltre la strada  si interrompe in due punti controllati dai soldati di confine nepalesi.

Dopo otto chilometri percorsi in parte su una sorta di taxi autorizzato e in parte a piedi dove un’inondazione ha spazzato via la strada, avvistiamo il Ponte dell’Amicizia, esile budello di cemento gettato su una gola ripida dalla quale sale il boato del fiume. Non erano di cemento i ponti che attraversarono i cappuccini di frate Grazio, ma gli strapiombi sono gli stessi di allora.

 

“Il ponte era composto di due grosse catene a’ lati. Ciascuna delle catene tutta di ferro constava di 156 anelli. Ogni anello era lungo più di un palmo. Sotto le due catene, che erano fisse alle sponde del fiume, pendevano altre picciole catenelle, sopra le quali erano posti rami d’albero, su di questi si cammina, io nel passar su questo, vedendolo moversi a foggia di culla de’ bambini, mi colmai di tanto terrore, che mi parea esser fuori di me stesso. Pure grazie a Dio tutti un dopo l’altro salvi ci trovammo all’altra sponda, ma sì pallidi che sembravamo tanti morti usciti da’ sepolcri”.

 

Da Kuti, borgo freddissimo che oggi si chiama Nyalam, si sale fino al passo di Tong-la. A mano a mano che ci si arrampica, il paesaggio si allarga, le gole diventano valli e le cime che sembravano vicinissime sono sempre più lontane. Dal passo lo spettacolo è rassicurante: è vero, la terra è rotonda. Come un tappeto immenso irto di punte innevate, la catena himalayana si stende tutt’intorno immersa in una luce di cristallo che ne esalta le ombre e i colori. Dopo il passo la strada capitombola fino a Tingri (Xégar) e poi a Lhaze, dove arriviamo ai primi chiarori del giorno. Un ufficiale cinese infagottato nella branda esamina i nostri documenti al lume di una torcia elettrica che muove dalle nostre facce ai passaporti. Lhaze è un crocevia importante: da qui una strada, in una settimana di viaggio verso occidente, porta al Kailash, la montagna sacra a buddhisti, indù e ai seguaci dell’antica religione tibetana Pon.

A sera siamo a Xigazé, seconda città del Tibet. La corriera ci scarica davanti al monastero di Tashi Lungpo, cittadella della fede buddhista, arrampicato su un costone roccioso che lo separa dalla città. A noi viaggiatori venuti da un altro mondo le mura degli antichi templi non dicono nulla delle tragedie che anche qui, come in tutti i monasteri del Tibet, hanno segnato la violenta rivoluzione seguita all’invasione cinese. Nel 1950 i monasteri abitati nel Paese delle nevi erano circa 3.000; nel 1980 ne erano rimasti aperti solo 45. I monaci, che erano oltre mezzo milione nel 1959 (un decimo dell’intera popolazione), erano scesi a 1.400 nel 1985, decimati dalle violente purghe degli invasori e dal durissimo trattamento nei campi di rieducazione. Ma non erano tempi tranquilli nemmeno quelli di padre Orazio e della sua missione.

Nel 1717 il Tibet aveva subito l’invasione dei Tartari e la successiva guerra con i Manciù cinesi era proseguita fino al 1730, lasciando dietro di sé un seguito di miserie e di carestia, come testimonia la relazione in-viata dal frate cappuccino.

 

“In Bengala il vitto è ragionevole, ma nel Tibet è estremamente caro, specialmente dopo tante guerre e dopo entrati colà i Cinesi, che hanno portato la carestia in quel paese per se stesso sterile, di ogni cosa scarso e molto lontano dall’altre province e regioni meridionali donde vi vanno le provisioni”.

 

Xigazè, Tibet. La sera, poco dopo calato il buio, stretti nei sacchi a pelo per fronteggiare il freddo, udiamo provenire dal monastero di Tashi Lungpo i suoni misteriosi delle liturgie tibetane. Quelle onde sonore fatte di voci allacciate ai tonfi sordi di cembali e tamburi,  uniti ai boati delle trombe telescopiche, fanno pensare a una cerimonia che si svolge sottoterra, celebrata per evocare le divinità infere che ci sembrano comparire mentre danzano mostruose in una luce sulfurea. Le visioni, i sogni, la stanchezza si mescolano: così dovette essere per Orazio e il suo seguito quando giunsero esausti e affamati sull’altro versante della valle a Gyangze, al cospetto della grande fortezza e del misterioso Kumbum, il tempio dei mille Buddha.

Il mattino seguente, mentre nel sole attendiamo il pullman che finalmente ci condurrà a Lhasa, assistiamo a una partita di pallacanestro. A più di 3.000 metri di altitudine e con una temperatura vicina allo zero, una decina di giovani tibetani saltano come grilli in canottiera e pantaloncini. Un gruppo di pellegrini seduti in cerchio mangia carne secca che ciascuno prende da un paniere passato di mano in mano. Una donna con un largo sorriso ci invita a sedere, e fra le risate di tutti anche noi affettiamo uno stinco di yak. Il sapore è buono, anche se inusuale. Ma oggi la facilità con cui possiamo viaggiare e assaggiare cibi esotici ci ha reso meno “provinciali” anche in questo capitolo non trascurabile di antropologia culturale. Non era così, probabilmente, ai tempi di frate Orazio, che in una sua relazione riporta senza il minimo dubbio questa incredibile leggenda di estrema sintesi culinaria.

 

“Si dice che nel giorno della gran festa della Dea Bhavani il Re di propria mano sacrifichi un montone che poi si racchiude in un gran vaso per farsi tutto consumare da vermi. Consumate le carni, li vermi ivi racchiusi si divorano tra di continua loro, e quell’ultimo verme ben grasso che vi resta, serve per delicata vivanda di esso Re, e con ciò viene a mangiarsi in un solo boccone il sacrificio di un intiero animale”.

 

Mentre saliamo con la corriera il Kampa-la, l’ultimo passo di oltre 4.700 metri prima della discesa verso Lhasa, vediamo in basso, come un immenso vetro opaco incastonato nella roccia, il lago Yamdrog Yamtso, dove i frati fecero tappa per incontrare la più celebre lamessa del Tibet, Dorje Phagmo. Sul lago distinguiamo delle linee sottili lungo le quali si muovono i pellegrini: sono sentieri, rotte sicure ove il ghiaccio suole solidificarsi con maggior spessore e per più tempo. Alla sommità del Kampa-la, mentre i tibetani esplodono nelle grida tradizionali di gioia e lanciano dai finestrini sciarpe augurali e manciate di riso, sentiamo per la prima volta di essere vicino a Lhasa. A ogni curva i colli si allungano, tutti gli occhi guardano lontano: da un momento all’altro ci aspettiamo di vedere comparire la città proibita. Infine, al di là di un muro di roccia che porta impresso quasi fosse un segnale stradale un gigantesco Buddha, ecco apparire in fondo alla piana il Potala, mastodontica cittadella con oltre mille stanze di palazzi, templi e monasteri, cuore religioso e amministrativo del Tibet.

 

Dopo l’invasione cinese nel 1950 e l’annessione nel 1959, il Tibet classico (2,5 milioni di chilo-metri quadrati, 8 volte l’Italia) è stato smembrato nella regione autonoma di Xizang (1,2 milioni di chilometri quadrati, 2,2 milioni di abitanti) e nelle province cinesi di Qinghai (formata in gran parte dal-la regione tibetana dell’Amdo) e di Sichuan, che ha inglobato la regione tibetana di Kham. Lhasa, Tibet. Nel vedere il Potala più o meno dallo stesso punto, in quel gennaio 1741, Orazio dovette sentirsi a casa. Ritornava a Lhasa dopo quasi nove anni, una parte dei quali trascorsi in viaggio tra il Tibet e Pennabilli. A Lhasa, Orazio aveva già abitato per sedici anni, dal 1716 al 1732. Appena arrivato, su invito del re (allora il potere temporale era separato da quello religioso: perciò re e Dalai Lama erano due persone distinte), aveva studiato il tibetano al monastero-università di Se-ra e un lama istruito gli era stato assegnato come maestro. Terminato l’apprendistato, Orazio era tornato all’ospizio cappuccino di Lhasa dove per altri quattro anni si era perfezionato nella lingua con la guida di un dotto lama. In quegli anni di grande attività, il frate di Pennabilli tradusse numerose opere religiose tibetane e cominciò la compilazione del suo grande dizionario.

Il Potala è davanti a noi, una montagna che per incantesimo si è trasformata in fortezza; ma noi abbiamo un’altra meta, il Jokhang, il cuore di Lhasa, il luogo misterioso dove dovrebbe trovarsi la campana dei cappuccini. Nella città vecchia, che oggi i cinesi stanno radendo al suolo con le ruspe e ricostruendo in stile imperiale, il Jokhang è il centro di un mandala. Tutto intorno viveva la città, come un labirinto circolare di case e negozi, di stalle e osterie, di magazzini, templi, stradine ripide. Dietro il Jokhang un monaco ci indica una scala che porta a una terrazza. Una raffica di vento e dalla distesa di tetti a pagoda si leva la voce di mille campane che tutte insieme si mettono a tintinnare. Dal basso sale il suono cupo delle grandi campane da cerimonia che regolano l’attività del tempio. Fra queste centinaia di campane ci sarà certamente anche quella lasciata dalla missione di frate Orazio quando, nel 1745, dimostratasi inutile la fatica di convertire i tibetani al cristianesimo, i cappuccini abbandonaro-no Lhasa.

Dovrebbe pesare circa 30 chilogrammi e recare alla base l’iscrizione: “Te Deum Laudamus”.

Ma noi non riusciamo proprio a trovarla.

Quando, qualche settimana dopo, rivediamo a Kathmandu Jim Woolsey, la sua prima domanda è per la campana: “Allora, Pennabilli, l’avete trovata?”. “Non l’abbiamo vista, la campana, ma ne abbiamo udito il suono”.